Signori si chiude
La “storia” di questo blog si ferma qui. Ho optato per concentrare le mie (poche) energie su altre esperienze editoriali presenti in rete.
Mi corre l’obbligo di ringraziare sia tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggere i miei post, sia Splinder che mi ha ospitato nella sua piattaforma. (g.p.)
Sospetti
Ma come, prima tutti a gridare ai quattro venti “se cade Prodi si va alle urne” e poi, quando finalmente il Professore si è messo a fare il nonno, si cambia lo slogan e si passa al “no alle urne subito”? E come mai, ohibò? La realtà è che la assai frammentata maggioranza di centrosinistra ha paura di uscire da un’eventuale consultazione elettorale con le ossa non rotte, ma disintegrate. Per cui gli “unionisti” si illudono che, rinviando di qualche mese la scadenza, la gente possa dimenticarsi del cataclisma provocato dal Professore e dal suo esecutivo.
Veltroni e compagnia avranno espresso le loro paure al presidente Napolitano il quale, per non tradire le aspettative, ha evidentemente preso a cuore i timori dei suoi compagni di cordata tentando di rimandare il più possibile l’appuntamento con il giudizio dei cittadini. Eppure la questione l’avevo posta – in questa sede – lo scorso 28 gennaio: «Nell’accomiatarsi (speriamo in via definitiva) il Professore ed i suoi ministri hanno continuato a proclamare la solita litania composta da frasi come “siamo stati bravi”, “abbiamo rimesso in sesto i conti”, “il Paese ha ripreso vigore” e corbellerie simili. Ne saranno davvero convinti? Non ci è dato saperlo ma ci chiediamo: perché, con la loro supponenza e convinzione di “aver fatto bene”, non si presentano alle urne e fanno giudicare il loro operato dal cosiddetto popolo sovrano? L’aver fatto “riprendere il vigore” al Paese verrà sicuramente riconosciuto dalle urne: l’elenco dei “capolavori” compiuti negli ultimi due anni sarà sicuramente più efficace di un programma di quasi trecento pagine. O no?».
E, all’improvviso (ma poi neppure tanto) ecco uscire dall’usurato cilindro quirinalizio la sorpresa: Franco Marini. Il quale – a proposito di una sua eventuale disponibilità a guidare un esecutivo per le riforme istituzionali - non aveva perso tempo nel dichiarare di avere già il proprio lavoro e, quindi, di non cambiare idea. E invece ha cambiato idea anche lui, come quelli del “se cade Prodi si va alle urne”: quelle stesse urne dalle quali – meno di due anni fa – era uscita una maggioranza che adesso non esiste più ed un Presidente del Consiglio che ora gioca con i nipotini (a proposito, qualcuno avverta Telefono Azzurro…).
Infine una curiosità. Il conferimento dell’incarico a Marini ha assunto anche un elemento di dubbia costituzionalità in quanto teso a verificare “la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e di sostegno a un governo funzionale all’approvazione di tale riforma e alla soluzione delle decisioni più urgenti”.
Operazione spericolata
Immaginate che vi chiami un amico dall’Australia e vi chieda come va la crisi in Italia. Voi rispondete: «Il capo dello Stato ha dato un incarico finalizzato». E che caspita vuole dire? Cos’è? Un rebus? Un Bartezzaghi senza schema? La pagina più difficile della Settimana Enigmistica? Allora, per spiegarvi, prendete il comunicato del Quirinale e lo leggete con santa pazienza: «Il Presidente della Repubblica ha conferito (a Marini) l’incarico di verificare la possibilità di consenso su una riforma della legge elettorale e di sostegno a un governo funzionale all’approvazione di tale riforma e alla soluzione delle decisioni più urgenti». Scusate, c’è qualcuno che sa tradurre?
A questo punto il vostro amico dall’Australia come minimo è svenuto. Del resto se provaste a recitare un testo simile in mezzo alla strada, senza rivelare l’autorevole fonte, arriva l’ambulanza. È un linguaggio incomprensibile, una contorsione verbale, un attorcigliamento logico. Roba che sta al comune sentire come Olindo e Rosa al premio della bontà.
In effetti Marini e Napolitano, i compromessi storici, stanno tentando un’operazione di Palazzo, che non ha alcun contatto con il Paese reale. Un’operazione piuttosto spericolata, e se vogliamo dirla tutta, anche un po’ ai limiti della Costituzione. Perché, se non andiamo errati, non rientra tra le prerogative del Presidente delle Repubblica quello di costituire un governo per approvare una specifica legge.
Pensateci bene: articoli 87 e 92. Il capo dello Stato nomina il presidente del Consiglio. Ma non può nominare il presidente del Consiglio con l’incarico di far approvare una (e una sola) legge. Non è previsto, non è possibile: l’incarico ad legem è una forzatura giuridica, un’interpretazione sbarazzina della norma. È come se Napolitano si fosse voluto assegnare poteri speciali. E infatti l’imbarazzo si percepisce, quando ammette: «Decisione non rituale».
Decisione non rituale, esploratore ma solo un po’, incarico non pieno epperò finalizzato. Ma di che stiamo parlando? Poi non si lamentino se la gente si allontana dalla politica, spingendosi financo ad applaudire Grillo. Non ci possono prendere in giro più di tanto. Napolitano e Marini, per esempio, dicevano ieri a reti unificate che la maggioranza degli italiani vuole la riforma elettorale. È falso. La maggioranza degli italiani vuole votare. E non accetta che il voto sia sequestrato, non accetta i trappoloni, le formule bizantine, le nuove convergenze parallele, le contorsioni verbali, le trame e le imboscate in stile prima Repubblica. Non accetta di essere ingannata nel nome della legge (elettorale). Tutto si può fare, per carità. Come diceva un mio amico: potremmo pure provare a convincere San Sebastiano che sta facendo l’agopuntura. Ma non bisogna pretendere che ci creda davvero.
Mario Giordano – Il Giornale, 31 gennaio 2008
Ci prendono in giro
Già il titolone di Libero odierno basterebbe a far capire la situazione: ‘Ci prendono in giro”. Ma conviene approfondire il concetto fin troppo elegantemente espresso nella sintesi.
Succede che Giorgio Napolitano, sorvolando sulla brutta fine fatta in Parlamento dall’Unione, si batterebbe con il piglio di un partitante per evitare le elezioni. Non vuole che i cittadini mettano il becco nella politica, cioè negli affari che li riguardano? Saremmo vicini alla negazione del principio fondante della democrazia: la sovranità popolare.
Il pretesto per allungare il brodo della crisi è il solito: occorre una nuova legge elettorale perché l’attuale fa schifo; inoltre servono altre riforne. Quindi c’è bisogno di un govemicchio che sistemi le cose entro la primavera del prossimo anno.
Passi che simili affermazioni escano dalla bocca di un Veltroni o di un Pecoraro Scanio; ovvio perseguano interessi di parte, cioè durare il tempo necessario a rimettersi in piedi e far dimenticare agli italiani l’orrenda esperienza con Prodi. Ma che escano dalla bocca del capo dello Stato fa venire i brividi anche al dottor Findus.
Napolitano dovrebbe tener conto che:
Primo. Gli elettori nel 2006 hanno scelto Prodi premier sostenuto dall’Unione. Se l’Unione si sfascia causa l’uscita dell’Udeur, e il Professore è sfiduciato, va da sé che il quadro disegnato dalle urne non c’è più, cancellato. E se le indicazioni fornite dal voto non hanno retto, è obbligatorio votare un’altra volta. Subito e non tra dodici o quindici mesi.
Secondo. L’utilità di un governicchio a scadenza (non richiesto dai cittadini, bensì dal presidente della Repubblica che li dovrebbe fedelmente rappresentare) è solo quella di aiutare il centrosinistra ad assorbire la botta a danno del centrodestra che, col trascorrere del tempo, potrebbe logorarsi.
Terzo. La legge elettorale è uno schifo? Non esageriamo. Nella versione originale andava addirittura bene. Prevedeva sia alla Camera sia al Senato un congruo premio di maggioranza su scala nazionale. Se fosse passata integralmente l’Unione avrebbe avuto anche a Palazzo Madama i numeri per campare. Invece il presidente della Repubblica, all’epoca Ciampi, ebbe la brillante idea dì modificarla, trasformando il premio, al Senato, da nazionale in regionale.
L’effetto si è notato: maggioranza risicata. Ma nessuno osò criticare Ciampi che ancora adesso è considerato un padreterno della Patria, nonostante sia stato capace di combinare casini infernali. In ogni caso, lo zampino di Carlo Azeglio non ha reso inapplicabile la legge, perché i suffragi si contano e non si pesano, sicché chi vince con qualche punto di vantaggio lo mantiene in aula ed è in grado di gestire il potere con facilità (mentre Prodi era figlio di un sostanziale pareggio).
Naturalmente
Improbabile sulla carta. Però non si sa mai: l’odore di poltrone ingolosisce sempre qualcuno disposto a vendersi. Ciò che sarebbe davvero scandaloso il fatto che Napolitano abbia pensato di puntare su un esecutivo col compito di varare la nuova legge elettorale senza la partecipazione di Forza Italia, Alleanza nazionale, Udc e Lega ovvero mezzo Parlamento. Ditemi voi che razza di provvedimento condiviso uscirebbe da un governo preteso da una maggioranza fotocopia (rimpicciolita) di quella marcita.
La sinistra ha sempre dichiarato che le regole si scrivono con l’opposizione e ora cambia opinione e se le scrive da sé con la benedizione di Napolitano? Se fosse così, sarebbe la dimostrazione palpabile che l’obiettivo non è un sistema di voto più efficiente, ma la permanenza ad ogni costo nelle stanze del potere.
Del Paese e della sua dignità non importa ad alcuno. Neppure al Quirinale? Non mi stupirebbe perché l’attuale presidente, piaccia o non piaccia sottolinearlo, è diventato adulto e anziano nell’adorazione del centralismo democratico di Botteghe Oscure. Uno comanda, gli altri eseguono.
Vittorio Feltri – Libero, 30 gennaio 2008
Cade il governo e viene meno la cautela
Il pubblico ministero competente ha chiesto la revoca degli arresti domiciliari inflitti a Sandra Lonardo, la moglie dell’ex ministro Mastella. Si vede che le esigenze di custodia cautelare sono immediatamente sparite appena il governo è caduto. D’altra parte era del tutto evidente che quelle giuridiche non sussistevano, visto che sarebbe stato difficile per la presidente del Consiglio regionale della Campania fuggire all’estero, mentre la reiterazione del reato era impossibile per il semplice fatto che nessuno ha mai capito come si faccia a esercitare concussione nei confronti di Antonio Sassolino. Dunque è oggi ancora più lecito pensare che le esigenze fossero solo politiche, e che quindi il radicale mutamento della situazione le abbia fatte scomparire. Questo gioco di prestigio col quale un inquirente chiede gli arresti una settimana prima di andarsene, un gip li concede pur dichiarandosi incompetente, ha provocato una crisi di governo e porterà alla fine anticipata della legislatura (con o senza un breve intermezzo tecnico), Chissà che cosa hanno in serbo i membri del partito delle procure per “animare” la prossima campagna elettorale! E’ a questo scempio che bisogna reagire, per liberare il paese da un’insopportabile cappa che lo condiziona e lo soffoca da quindici anni. Clemente Mastella stesso e Silvio Berlusconì hanno denunciato questo stato di cose, ma ora debbono farne il centro della battaglia politica, meglio, della lotta di liberazione dalle ingerenze e dai ricatti giustizialisti che è sempre più urgente e necessaria.
da Il Foglio, 29 gennaio 2008
“Il Paese ha ripreso vigore”
Il “Rapporto Italia
E Bankitalia non è da meno. Il reddito “reale” delle famiglie di lavoratori dipendenti è rimasto fermo dal 2000 al 2006 ed un nucleo familiare su quattro è indebitato. Per di più, fare un pieno di carburante all’autovettura equivale ad un investimento in borsa (costa tanto e rischi di andare a gambe all’aria), acquistare un po’ di pasta o di pane (beni primari, non voluttuari) è come recarsi a fare lo shopping da Bulgari o da Cartier: insomma, per dirla in parole povere, le famiglie italiane sono alla frutta.
Ma tutto questo, evidentemente, sembra non essere sufficiente a convincere Prodi ed i suoi conniventi che l’unica speranza era la loro uscita di scena. Nell’accomiatarsi (speriamo in via definitiva) il Professore ed i suoi ministri hanno continuato a proclamare la solita litania composta da frasi come “siamo stati bravi”, “abbiamo rimesso in sesto i conti”, “il Paese ha ripreso vigore” e corbellerie simili. Ne saranno davvero convinti? Non ci è dato saperlo ma ci chiediamo: perché, con la loro supponenza e convinzione di “aver fatto bene”, non si presentano alle urne e fanno giudicare il loro operato dal cosiddetto popolo sovrano? L’aver fatto “riprendere il vigore” al Paese verrà sicuramente riconosciuto dalle urne: l’elenco dei “capolavori” compiuti negli ultimi due anni sarà sicuramente più efficace di un programma di quasi trecento pagine.
In altre parole, il centrosinistra parte “avvantaggiato” grazie a due anni di strabiliante governo. O no? (g.p.)
Poltrone senza fiducia
La poltrona, per definizione è rossa, comoda, vellutata... ma soprattutto rossa. La sinistra in Italia lo ha capito da un pezzo: il potere, quello vero, non si esercita in Parlamento, scrivendo leggi fumose che si rimpallano tra Camera, Senato e Quirinale, per poi venir congelate dal Tar del Lazio, sbloccate dal Consiglio di Stato, interpretate dal giudice di pace di Crotone: no, il potere si esercita tramite gli amici fedeli, ed è per questo che bisogna piazzarne il più possibile nei posti migliori, quelli dove si spende senza doverne rendere conto a nessuno, quelli dove caso mai si dovesse assumere in fretta l'amico di un senatore basta una telefonata. Se n'è accorto anche Ernesto Galli della Loggia che, nell'editoriale di ieri sul Corriere, scrive: «Il centrosinistra ha condotto dappertutto una sistematica politica lottizzatrice (...). I suoi uomini di governo non hanno mai fatto spazio a nulla e nessuno che non portasse la loro etichetta politica. Posti, incarichi e finanziamenti sono andati solo a persone e cose della loro parte». E per chi non era «dei loro»? Se andava bene nulla, altrimenti (dice sempre Galli della Loggia) «pressioni dirette e indirette, intrecciate a più o meno sottili intimidazioni».
Non si tratta di una grande scoperta, ma fa parte delle tante cose che in Italia non si sa perché si sanno ma non si devono dire. Perché non si prova a chiedere a qualche imprenditore attivo nelle «regioni rosse» come funziona? Chi li vince i contratti? A chi vanno gli incarichi? E nelle Università statali come funziona? Conviene ad un professore dirsi di centrodestra? No, non conviene mai. La trasmissione del potere dal governo centrale nel mondo dell'economia avviene tramite una capillare rete di «nominati», pronti a tradurre in atto il progetto egemonico di controllo del «sistema», proprio della sinistra.
Prodi era convinto di durare, «doveva» durare, perché sapeva che si stava avvicinando un importante tassello di questa strategia di occupazione: una grande tornata di nomine con poltrone pregiatissime in scadenza: enti previdenziali, società partecipate dallo Stato fra cui i «pesi massimi» della nostra industria come Eni, Enel, Finmeccanica, Poste. La maschera come al solito l'ha buttata il più loquace ed il più ingenuo dei luogotenenti di Prodi, il solito Angelo Rovati, quello che spediva piani «a titolo personale» sulla carta intestata della Presidenza del Consiglio. Rovati, davanti alle telecamere di Lucia Annunziata non si trattiene e confessa che già era decisa la nomina dell'ex ministro Tiziano Treu al cosiddetto «Superinps», ente che dovrebbe accorpare gli altri enti previdenziali. Ora la frittata di Prodi è completa: se anche sperava di poter procedere alla chetichella alle supernomine ora se lo deve togliere dalla testa. Un governo sfiduciato dal Parlamento non ha titolo per nominare nessuno: è in una condizione ben diversa dal governo che sta portando a termine una legislatura (e che pure sarebbe meglio che si astenesse). Un amministratore licenziato dal consiglio d'amministrazione sa che ogni suo atto successivo alla mancata riconferma è passibile di revoca, pertanto se ne astiene. Prodi è riuscito a fare nomine anche il giorno dopo la sfiducia. Peccato per le centinaia di fedelissimi che pazientemente aspettavano il gran giorno della poltrona fregandosi le mani, la sua firma non vale più, il contratto sarebbe un contratto del Monopoli, qualcuno glielo spieghi. Non ci resta che sperare che nella nuova stagione riappaia quella parolina tanto odiata dalla sinistra: «merito».
Claudio Borghi – Il Giornale, 28 gennaio 2008